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La Terza Pagina

TERZA PAGINASSem 
 
GLI ANNI DELL’ORO E DEL CINEMA MUTO
 
 
La prima guerra mondiale è appena finita, l’Italia e l’Europa si rialzano affannosamente dalle numerose ed inutili morti che il conflitto ha provocato, l’America si lecca le ferite ed accoglie tra le sue grandi e forti braccia tutti coloro che dall’Europa fuggono per cercare un futuro migliore, una prospettiva di vita dignitosa.
Arrivano per cercare l’oro nel lontano Ovest, arrivano dalla costa orientale per esplorare l’entroterra, arrivano per fermarsi nel New Jersey per popolare il quartiere italiano di Brooklyn.
Ma il West, il lontano Ovest aveva a Los Angeles la più ricca e redditizia miniera d’oro: Hollywood.
La tecnica cinematografica era già in quegli anni sufficientemente avanzata per creare un’industria florida e in continua evoluzione: registi di teatro famosi ed esperti, tecnici delle luci per dare la giusta intensità alle immagini, carpentieri e mastri artigiani per costruire scenografie, stabilimenti sempre più grandi per creare ambientazioni reali e poter girare più film contemporaneamente.
E poi Lei. La Diva.
L’industria crea e inventa dal nulla la diva, trasforma l’attrice in un personaggio da dare al mondo, tramuta la ragazza della porta accanto in divina, eterea, platinata, irraggiungibile, svenevole e languida.
Ogni scena che lo spettatore vedeva era necessariamente accompagnata dalla spiegazione attraverso didascalie che una voce esterna leggeva. Da subito fu però evidente quanto la musica fosse componente essenziale dell'immagine, rafforzandone, anticipandone, predisponendo emozionalmente lo spettatore alla scena proiettata. La tecnica di recitazione imponeva un’enfasi mimica esagerando l’espressione facciale e i movimenti del corpo perché la drammaticità di alcune scene giungesse al pubblico con tutta la veemenza necessaria. Ecco così apparire attrici che svenevoli si attaccano alle tende, poggiano il braccio sulla fronte, roteano gli occhi e sbattono le ciglia perché nell’istante del gesto giungesse l’intensità dell’emozione.
La didascalia letta fu presto soppiantata dalla musica che dal vivo accompagnava le scene.
Ogni sala cinematografica possedeva lo spazio dedicato ai musicisti.
In un cinema di 3^ categoria, ad esempio, si trovava un pianista che con il suo strumento semiscordato, tipo pianoforte da saloon, la sigaretta ciondoloni e un bicchiere di wisky, allietava le immagini che spettatori di estrazione modesta si godevano da scomode panche di legno.
In una sala di 2^ categoria, lo stesso film era visto da un pubblico meno modesto che per qualche cent in più ascoltava un bel duo di pianoforte e violino comodamente seduto su sedie ancora un po’ troppo rigide. Il lusso era nelle sale di 1^ categoria: comode poltrone rivestite di velluto e un’orchestrina jazz che accompagnava le immagini.
Molti sono i film girati nel periodo muto, migliaia di pellicole di scarsa qualità prodotte per essere date in pasto ad un pubblico sempre maggiore e sempre più esigente, una considerevole parte dei quali è scomparso per sempre.
Ora a noi sono rimaste poche immagini, fotografie di divi anacronistici e scomparsi dai ricordi dei più.
Così oggi non solo i ragazzi e i giovanissimi non sanno chi sia Rodolfo Valentino, ma alla domanda “Hai mai visto un film muto?” inevitabilmente rispondono “Film muto? E che d’è???”
 
 
 
Rosaria Graccione
 

STORIA DEL CINEMA: II PUNTATA
 
 
In origine il cinema è una vera e propria arte, nulla a che vedere con l’industria cinematografica di ora; nulla a che fare con il divismo che diventerà il marchio di molte attrici fin dagli anni ‘30; nulla a che spartire con il giro di denaro che c’è oggi.
O meglio, non ancora.
Dunque, siamo agli albori del nuovo secolo. Proviamo solo per un po’ ad immaginare cos’era la vita i primi del secolo scorso.
Albert Einstein pubblica il suo trattato sulla relatività; Tommaso Marinetti rende noto il suo manifesto sul futurismo e Reggio Calabria e Messina cadono su sé stesse per un terribile terremoto che provocherà la quasi totale distruzione delle città e più di 200.000 morti.
Thomas Edison tra i suoi più di 1000 brevetti, ci regala il fonografo e la lampadina, Guglielmo Marconi lavora per dare a breve al mondo la sua radio, mentre Alexander Graham Bell viene premiato per l’invenzione del telefono in realtà trafugata al nostro Antonio Meucci.
La cosiddetta “Belle Epoque”, la bella epoca, volge al termine con nobili che hanno dilapidato i loro beni inseguendo chissà quali grandi sogni; le “Moulin Rouge” era ormai divenuto famoso in tutto il mondo e il Can Can era stato messo al bando come danza oscena e demoniaca.
Le città sono sporche, le strade fangose e pericolose.: male illuminate con quei pochi lumi ad olio distribuiti solo nelle vie del centro.
In fondo non sono passati troppi anni dai fatti tragici di Jack the ripper a Londra e di “ville lumiére” ce n’è una soltanto: Parigi.
L’analfabetismo coinvolge la quasi totalità della popolazione, la mortalità infantile è elevatissima e per l’obbligo scolastico si dovrà attendere Giovanni Giolitti.
In realtà è anche grazie a lui che le donne già allora poterono stare a casa durante la gravidanza e gli invalidi essere curati e conservare il loro posto di lavoro…
Ma questa è un’altra storia.
 
Tutte queste realtà non potevano, non dovevano non essere documentate.
Così quando i primi cineasti dicevano che dovevano “girare” delle scene, il termine era appropriato e letterale, perché le prime cineprese erano dotate di una manovella che consentiva la trazione della pellicola affinché potesse essere “impressionata” dall’immagine da catturare.
I primi anni del ‘900 erano carichi di speranza e disperazione: centinaia di persone partivano dall’Europa, dall’Italia per tentare il grande sogno nel nuovo mondo. L’America.
L’America era una sorta di paese dei balocchi, la terra promessa, l’Eldorado.
Vi si potevano trovare opportunità che l’Europa, l’Italia avevano esaurito; si poteva diventar ricchi con una pepita o con un buon lavoro. Quanti di noi hanno vecchi zii, lontani parenti in qualche paese sperduto d’America.
Quanti hanno lasciato le loro donne, le famose vedove bianche, nella speranza di tornare e portar via tutti in una nuova casa, nuove speranze, nuove realtà.
Quanti non sono mai tornati perché nel frattempo un’altra famiglia se l’erano fatta in America… Alessandro Baricco celebra il Novecento con uno splendido libro che la magia di Tornatore trasformerà nel film “La leggenda del pianista sull’Oceano”.
Il cinema….
Dall’Europa partono tutti, anche ricchi imprenditori con la speranza di diventare ancora più ricchi. Alle pendici di una collina spinosa e inospitale risiede una ricca vedova che vuole liberarsi di quello scomodo terreno che il dipartimento di Los Angeles non vuole rendere edificabile.
Cosa se ne potrà mai fare la ricca vedova di quella collinetta dove crescono soltanto agrifogli? Se vogliono comprarla dei ricchi ebrei per farne degli stabilimenti di quella nuova cosa che chiamano cinema, beh facciano pure!
Collinetta di agrifogli, in inglese si dice Hollywood e i fratelli Warner o il signor Mayers con la Goldwin Picture Corporation e la Metro Picture Corporation la renderanno famosa in tutto il mondo!

 

 


Prima Puntata 
 
La cosiddetta “terza pagina”, fece la sua prima comparsa sul “Giornale d’Italia” il 10 dicembre 1901, ovvero 108 anni fa.
Il direttore di allora pensò di ritagliare uno spazio speciale, aggiungendo una semplice pagina e non un foglio doppio comune nei quotidiani, per parlare semplicemente di cultura, un foglio fondamentale per l’arricchimento formativo del lettore e decisivo per la crescita educativa del Paese.
Assunse per l’occasione dei veri luminari della filosofia e della cultura in genere, e, per il primo articolo, fu nientemeno che la penna di Benedetto Croce a recensire un’opera teatrale di un astro nascente del panorama letterario italiano: Gabriele D’Annunzio e la prima rappresentazione assoluta dell’opera “Francesca da Rimini” interpretata a teatro da Eleonora Duse.
La Terza pagina diventerà da allora in poi, una consuetudine piacevole e rilassante, dotta e raffinata, uno spazio apolitico dove la cultura, la dottrina del sapere e le fonti della conoscenza, potessero trovare uno spazio accessibile a molti e una capacità di diffusione sempre più ampia. Scrittori come Luigi Pirandello, D’Annunzio, e Grazia Deledda, versarono il loro inchiostro e le loro menti su quella che ormai è tradizionalmente riconosciuta come la pagina della cultura, e, anche se non è proprio più nell’ ordine di impaginazione la terza, viene ancora chiamata così: la Terza pagina.
Ed eccoci, in un batter di ciglia, catapultati nel XXI secolo, dove ciò che fino a qualche anno fa era cronaca, diventa storia.
Quando i miei figli mi dicono che sono vecchia, che certe cose non le posso capire, quando penso che quando ero ragazza io, chiamavo i miei genitori Matusa, riferendomi a Matusalemme, il personaggio biblico più vecchio mai esistito, beh, quando sento questo, li guardo e dico loro di ricordarsi in che anno sono nati, in che secolo e in quale millennio sono nati, perché i loro figli, a ragione, diranno di loro che appartengono al secolo scorso, al vecchio millennio.
Ieri ascoltavamo i Beatles, oggi li studiamo sui libri di musica; ieri eravamo attaccati al televisore per conoscere tutto ciò che c’era da sapere sull’evoluzione del caso Moro, e oggi ci sono le vie intitolate a suo nome; ieri vedevamo le torri gemelle arrotolarsi su se stesse come un gigante ferito, e oggi chi va a New York non ha che Ground Zero, un enorme scavo senza alcun reperto archeologico da mostrare.
Ecco dove siamo giunti: in pieno XXI secolo, dove tutto prima si consuma e poi lo si vive, dove regna il mito della corsa ovunque e comunque, dove avere è più importante di essere, dove io sono io e voi non siete un…. Dove il domani è già passato.
E noi invece andiamo a sfogliare lentamente quella famosa Terza pagina, attorno alla quale si riunivano consessi di professori, letterati, attori e scrittori.
Noi dunque ci guardiamo un po’ indietro e memori di ciò che imparavamo a scuola, guarderemo il passato per meglio costruire il futuro.
 
…Era il lontano 1895, Parigi, e due fratelli fotografi pensarono di realizzare qualcosa che nessuno aveva pensato mai prima di allora: una serie di immagini in movimento.
Fino ad allora la fotografia, almeno così come la conosciamo noi, non era che un “dagherrotipo”, ovvero una lastra di rame che voleva una preparazione lunghissima, difficilissima da realizzare ed estremamente costosa.
Auguste e Louis Lumière lavorarono con il padre, un apprezzato fotografo, fino al 1892, anno in cui questi morì. Per prima cosa realizzarono un nuovo procedimento di fissaggio delle immagini e poi inventarono quei forellini di trazione che ancora adesso si trovano sui negativi delle fotografie.
Costruirono un apparecchio che manovrato con una manovella, avrebbe fatto scorrere le loro pellicole ancorate proprio da quei forellini di trazione per non scivolare sul rullo. Iniziarono a realizzare tante fotografie di immagini in movimento che, se mostrate ad una certa velocità, avrebbero mostrato il movimento vero e proprio.
Allora i due si recano alla stazione ferroviaria di La Ciotat, in Provenza, a Sud della Francia. Pongono il loro moderno macchinario alla fine della stazione, dove ci sono quei due enormi dischi di metallo che servivano a frenare il treno, e per 45 secondi, per soli 45 secondi filmano il treno in arrivo.
E’ il 6 Gennaio del 1896, e tutta la Parigi bene viene invitata alla prima rappresentazione mondiale assoluta della nuova invenzione dei fratelli Lumière.
Il pubblico è in piedi, si spengono le luci e si avvia la nuova diavoleria.
Le prime immagini mostrano il muso di un treno che minacciosamente avanza verso il malcapitato pubblico inerme e terrorizzato. Ovviamente le immagini sono mute ma mai, mai prima di allora si era vista un’immagine in movimento che non fosse vera e che simulasse la realtà.
Tutti fuggirono urlando spaventati decretando la nascita della Settima Arte: il cinema!
 
Rosaria Graccione
 
 
 
Fine prima puntata
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